DAVID SASSOLI E LA POLITICA GENTILE


Non ho un ricordo chiaro di quando ho conosciuto David Sassoli. Io ho terminato il mio mandato parlamentare nel 2009, all’inizio del suo. Ma ricordo invece molto bene le occasioni regolari di contatto, nella mia veste di Presidente del partito verde europeo e il nostro ultimo incontro di persona, dopo la sua elezione un po’ a sorpresa nel 2019 alla Presidenza del Parlamento europeo per discutere dell’atteggiamento dei Verdi sulla Commissione Von Der Leyen e la necessità di un’alleanza larga contro  i sovranisti. Con lo scoppio della pandemia, i nostri contatti si sono limitati a qualche rara telefonata e messaggi su Whatsapp scambiati fino a pochi giorni prima di Natale. I temi erano sempre quelli, a parte qualche battuta amichevole: come fare perché gli europei/e vedessero concretamente il ruolo della UE, come rispondere agli attacchi di sovranisti e antieuropei, e anche alle insufficienze, incoerenze, impotenze dei suoi rappresentanti. Alle mie frequenti proteste sui mancati progressi della UE, in particolare sui diritti umani e migranti, a cui reagiva sempre, aveva sempre una risposta positiva, incoraggiante, di fiducia.

Nei suoi discorsi, nel suo atteggiamento affabile con tutti, questa passione europea molto semplice e ”primaria” era evidente e appariva quasi un po’ fuori posto nell’ambiente un po’ cinico  e  spesso duro delle istituzioni europee. Il Parlamento europeo non è infatti semplice da governare. I poteri legislativi e di bilancio di cui ormai dispone, le divisioni politiche e gli interessi di corporazione sempre più presenti e che riflettono le controversie e i conflitti tra posizioni politiche, i diversi settori economici, le ingerenze dei governi, del Consiglio e della Commissione paiono a volte minarne la credibilità come unica istituzione dove la democrazia europea è più evidente e anche più efficace. Sassoli esercitava il suo ruolo cercando di rappresentarne con determinazione il valore unico e insostituibile nell’equilibrio dei poteri della UE.

Molto spesso, vedendolo stretto fra Ursula Von der Leyen e Charles Michel o tra i vari arcigni membri del Consiglio europeo, anche nei momenti più difficili, mi pareva che il suo atteggiamento solare desse una immagine molto più credibile e sincera di quella dei suoi interlocutori. Durante la pandemia, ho trovato veramente encomiabile la sua battaglia, per niente scontata, di mantenere il parlamento europeo funzionante e attivo, una macchina complessa con 751 deputati da 27 paesi e che lavora in 23 lingue su leggi e regolamenti importanti; a differenza del Parlamento italiano, è stato possibile votare on line e condurre dibattiti in plenaria e nelle commissioni e dimostrare che, pur tra mille complicazioni, la si può fare funzionare compiutamente un parlamento anche in tempi di pandemia.

Sapevo che la sua salute era precaria per una infezione presa qualche mese fa e che aveva già superato una leucemia. Ma la notizia della sua morte mi ha molto sorpreso e addolorato. Come le tante migliaia di persone che, importanti o semplici cittadini/e, ne ricordano oggi il contributo alla causa europea e a una pratica umana e gentile della politica.